Chi sono

Utente: peterpani
laureato in Lettere a Cagliari, con una tesi di Storia moderna sul periodo rivoluzionario sardo (1794-1796). Scrive da sempre e di tutto, poesia, prosa, saggistica, articoli per riviste. Nel 1995 ha fondato l'Accademia po sa die sarda. E' autore del romanzo "Estremisti!", pubblicato a puntate su "Sardigna magazine".

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giovedì, 07 maggio 2009

FRENESIA DI UN AMORE - 2

Il primo bacio
 
   Erano già le undici quando Antonio venne svegliato da Giovanni, il suo più caro amico... non aveva tanta voglia di uscire, ma lo seguì.
   "Come mai ieri sera non ti sei fatto vivo?" chiese l’amico con una punta d’ironia seguita da una sorta di "terzo grado" su Monica. soglia2
   Antonio non lo sentiva nemmeno, stava pensando a lei, non aveva voglia di accompagnarlo, desiderava unicamente trascorrere una giornata come la precedente, insieme a lei.
   L’incontro avvenne a pranzo, dagli Atzori; dopo trascorsero insieme il pomeriggio, discussero dei loro problemi, di musica ed altro; uscirono, rientrarono, scegliendo accuratamente stradine periferiche, quasi volessero difendere una certa riservatezza.
   "Voi due state sempre insieme", rilevò la madre di Monica, quasi a voler avanzare una prima riserva.
   "Da sempre" tagliò corto la figlia, spiazzandola.
   "I tuoi amici sono già venuti tre volte a chiamarti", avvertì d’altro canto la madre di Antonio... Lui non rispose... e andò a cercarli.
   Essi, tra il serio e il faceto, lo rimproverarono per non aver ancora presentato loro Monica; lui non diede tanto peso alle loro parole, bofonchiò qualcosa e cercò di cambiare discorso.
   Il gruppo aveva in programma di andare a una festa di piazza che si teneva a Siris, un paese distante una decina di chilometri da Villa Barumela. Mentre discutevano passò Monica. Antonio la presentò a Giuseppe e agli altri, mentre Giovanni si dileguò. La ragazza invitò Antonio a seguirla, ma lui, con lo sguardo di "sfida" degli amici addosso, rimase con loro a malavoglia e quando un’automobile si fermò per accompagnarli alla festa, senza che avesse ancora deciso il da farsi, si ritrovò a bordo piuttosto contrariato.
   A Siris trovò compagnia femminile, ma il suo pensiero era rivolto a Monica. Lei risentita, stette in giro fino a mezzanotte. Antonio rientrò alla una, passò davanti alla sua casa, chiuse gli occhi e strinse i pugni, nel tentativo di raggiungerla con un intenso pensiero.
   Appena i rumori del giorno lo svegliarono, pensò di alzarsi e andarla a trovare, ma venne sopraffatto nuovamente dal sonno e si levò solo alle undici.
   La incontrò per strada con delle amiche e la seguì in centro; all’ingresso del bar c’era Paolo che aspettava solo di essere chiamato per conoscerla. Così fu e da quel momento parlò solo lui, cercando di rendersi simpatico, anche sfottendo Antonio. Questi era piuttosto allarmato e risentito, poté però tirare presto un sospiro di sollievo quando sentì che Monica lo difendeva. Per di più lei non gradiva le persone che facevano i gradassi. Paolo tuttavia seguiva una sua linea e prima di andar via, intralciando chiaramente i piani dell’amico, volle fissare un appuntamento per le diciotto a “su ponti”, ma non ebbe alcuna conferma.
   Antonio e Monica si incontrarono nel primo pomeriggio. Parlarono di musica, ascoltarono brani di Aphrodite's child, Battisti, Equipe 84, Sweet, Bee Gees, conciliando i gusti di entrambi. Lo fecero nella cantina degli Atzori e là il feeling che già esisteva tra loro crebbe notevolmente. Il gioco sembrava fatto, c’era ancora bisogno di qualche rifinitura, ma i due non avevano strategie, navigavano a vista.
   Monica iniziò una lettera per Maddalena, una sua amica di Milano; in essa, sotto gli occhi di Antonio, espresse per lui tutta la sua ammirazione. Quasi l’avessero deciso, temporeggiavano, stentavano a venire al sodo, si scambiavano mille allusioni.
   "Se non fossi così giovane ti sposerei" disse lei con la naturalezza con cui si chiede un bicchiere d'acqua. Antonio deglutì, emozionato.
   "Per davvero" assicurò, "Sai, Maddalena è molto bella, è la mia migliore amica. Ti darò il suo indirizzo e potrai scriverle", proseguì, cambiando discorso avendo notato l’imbarazzo di lui. Antonio annuì.
   "Che ore sono?" chiese lei.
   "Le sedici" rispose lui sospettoso, pensando all’appuntamento delle diciotto.
   "Dimmi parolacce in sardo, vorrei conoscerne qualcuna". Lo disse con un tono e uno sguardo che volevano scandalizza­re.
   Antonio titubò, poi acconsentì e ne scrisse qualcuna timida­mente su un foglio; scelse le più ovvie e comuni, temendo che lei le conoscesse già e lo volesse solamente mettere alla prova e testare il suo grado di libidine in quel momento. Monica sembrava eccitata.­
   C'era sul piatto "Hot love" dei T.Rex e lei la seguiva con voce ancora più suadente di Marc Bolan.
   Quando uscirono erano quasi le diciotto, ma la loro meta non fu "su ponti"; vicino al bar incontrarono Giovanni, Giuseppe e Paolo; si unirono al gruppo che prese a “vascheggiare” verso Selas, cittadina distante meno di mille metri.
   Antonio era attento, teso, stava vicino a Monica; gli amici gliela contendevano, disfacevano continuamente la fila, col pretesto del passaggio di qualche automobile, per allontanarli l’uno dall’altra, ma prontamente, sfacciatamente, Monica tornava accanto ad Antonio. Camminavano appiccicati dandosi i consueti colpi d’anca. Per niente in imbarazzo, lei, con l’aria di chi scherza per dire delle verità, ribadì platealmente:
   "Antonio, sei bello. Se potessi ti sposerei".
   Era un po' come parlare alla nuora perché suocera intenda. Lui ascoltava lusingato, non più sorpreso, né imbarazzato, era ormai quasi certo della scelta di Monica. Gli amici sorridevano forzatamente e quando all’ingresso del paese lei lo abbracciò stringendolo forte a se, avrebbero sicuramente desiderato togliere il disturbo. Lui si abbandonò su di lei percependo la morbidezza delle sue calde gambe e del suo seno.
   Giunto in piazza il gruppo si sciolse, alcuni presero posto su una panchina. Fu qui che Giovanni si accasciò su Monica come in un forcing disperato da playboy in difficoltà. Venne respinto! Era un altro segnale per Antonio; anzi lei, a scanso di equivoci, rincarò la dose ribadendo:
   "Se potessi ti sposerei subito".
   Era la terza volta e Antonio non pensò affatto al canto del gallo prossimo venturo.
   "E brava Maria!" scherzò lui con aria disinvolta e tranquilla, ma assai confuso e imbarazzato.
   "Per davvero!" replicò lei.
   Quella notte Monica avrebbe dovuto passare la notte in casa di Antonio, come accadeva di frequente per questioni logistiche di casa Melis. Era impensabile comunque, una ripetizione di quella notte del sessantotto, quando dormirono insieme, non erano più così piccoli.
   Dopo cena, i nostri, si avventurarono lungo una stradina buia e poco trafficata. Là nella penombra Antonio osò. L’abbracciò, lei si abbandonò e lo strinse forte. Ripetè il gesto prendendola alle spalle in un incontenibile slancio passionale, cercando ogni contatto possibile col suo corpo. Si parlavano dolcemente.
   "Sei tonto!"
   “E tu ?”
   “Anch'io sono tonta. Siamo tonti”. Risero. Tuttavia Monica con quella dolce espressione intendeva rimproverarlo perché non si decideva a infliggerle il colpo decisivo.
   Intanto in casa Atzori e Melis i grandi se ne andavano a letto. Monica e Antonio dissero di non avere sonno. La signora Atzori, che aveva atteso fino a tardi, invitò la ragazza ad andare a letto, non intendeva lasciarli soli.
   "Non ho sonno. Vengo tra un po'”.
   Una volta soli, attesero il silenzio e le luci spente.
   "Svegliami domattina" disse Antonio, ma se vi era qualche allusione era troppo ermetica.
   Si adagiò su di lei, seduta sull’uscio, che lo compresse tra il seno e cosce, a mo’ di sandwich, carezzandolo. Indossava hot pants e una t-shirt rosa aderente. Era passata da poco la mezzanotte.
   Antonio sollevò il capo e guardò fisso negli occhi di lei, che gli sorrise e lo guardò dolcemente con espressione d’attesa. Lui avvicinò la bocca a quella di Monica, che si voltò di scatto. Preso alla sprovvista ci tentò di nuovo; lei gli diede il collo, lui lo baciò. Lei cercò di adagiare nuovamente il capo di lui sul suo seno, ma lui si liberò e tentò ancora di baciarla... lei sospirò come per negarsi:
   "Antonio!!!"
   "Stai zitta!" disse lui deciso.
   "Oh ..." fece sorpresa, poi si riprese "Hai sonno, devi andare a letto. Sono stata una stupida a rimanere qui con te".
   Antonio tremava nervoso, aveva bisogno di amore, del suo amore.
   "Stai zitta!" ribadì, temendo che li sentissero e svanisse quel momento tanto sognato.
   "Hai freddo? tremi".
   Riprovò a baciarla; lei si voltò ancora. Allora le afferrò il mento, la guardò per un intenso istante e la baciò. Le loro labbra si unirono; lei in un ultimo tentativo di resistenza strinse i denti. Lui forzò più forte e Monica si abbandonò a quel bacio. soglia
   Antonio pensò a quanta fatica gli era costato quel bacio desiderato da tanto tempo. Quando si staccarono lei abbassò la testa, gliela sollevò lui. Lo guardò dolcemente con una punta di malizia, che sembrava chiedere di essere posseduta.
   "Voglio andare a dormire" disse lei per la prima volta in stato confusionale.
   "No!" mezzo ordine e mezza implorazione, tremava tutto.
   Monica si levò in piedi e fece per andare, ma lui le prese la mano, l’attirò a se con forza e la baciò ancora. Non oppose alcuna resistenza, ma era tesa. Sussultò e si staccò:
   "Ho sentito un rumore...", passò un cane nella strada, risero.
   "Non dirai niente a nessuno…" invitò lui "…E sali piano".
   La ragazza sgusciò dalle sue braccia e con un sorriso sdrammatizzante chiese:
   “Hai bevuto, vero?”
   "Se avessi bevuto non mi sarei comportato così, rispose grave e con voce impostata, accorgendosi subito di aver detto una banalità. "Senti, vieni qui!" proseguì.
   Lei protestò, intendeva andare a dormire. Antonio ribadì le raccomandazioni già fatte. Lei annuì, poi disse: "Dirò tutto"
   L’attirò a se e la baciò ancora, questa volta lei si abbandonò tra le sue braccia; eccitatissimi, pareva si gustassero. Antonio le carezzava il collo con le labbra, tremava meno, non temeva più che scappasse, il corpo di lei pesava sul suo. Dopo infiniti attimi con aria di uomo vissuto, comandò:
   “Vai!”
   "Buona notte!". Salì pensierosa le scale, la ringhiera vacillò beffarda, risuonando nella notte.
   Antonio si muoveva stentatamente sazio di passione, accese la luce della sua stanza, attese che Monica chiudesse la porta al piano di sopra, poi girovagò per la casa. 'Ho vinto!', pensava. Rimase ancora un’ora in piedi a meditare sul giorno che aveva davanti.
   Entrambi dormirono poco quella notte.
(2 - continua)

postato da: peterpani alle ore 08:22 | link | commenti (15)
categorie: amore, amici, favola, bacio, vicoletti
giovedì, 31 gennaio 2008

FRENESIA DI UN AMORE

(spero che ventisette mesi siano stati sufficienti per leggere il precedente racconto)

Intcastelloroitus

A Villa Barumela si contavano trentacinque gradi all'ombra, le strade erano deserte; nel primo pomeriggio la gente preferiva chiudersi in casa e gustare il sollievo del fresco ristoratore, garantito da spessi muri di pietra; solo qui e là alcuni rumori provenienti da cantieri edili e, al centro del paese, gli schiamazzi di una banda di indomiti ragazzini.
Antonio se ne stava steso sul letto e divorava il romanzo "La mia carne freme" di De Regny. Da poco più di un mese aveva superato la quinta ginnasio presso il liceo "Dettori" di Cagliari ed ora aveva trovato in letture particolarmente leggere e appaganti, l'alternativa all'afa che si respirava all'esterno.
Villa Barumela, piccolo centro dell'oristanese, nella leggendaria "Mamila", tremila anime, non offriva granché; si popolava d'estate di molti emigrati in vacanza e di qualche turista attratto dalla sua storia millenaria, che un tempo vide come signora, Donna Violante Carroz, della quale ancora può essere ammirato il castello medioevale.
In realtà gli abitanti di Villa B. sono piuttosto dimentichi della propria storia; i giovani intellettuali la sera si cimentano in accese discussioni su temi che in questi mesi hanno animato la terraferma (terramanna in lingua sarda, o come si dice oggi, continente): golpismo, neofascismo, "razza padrona", esitando il loro orgoglio per aver partecipato a manifestazioni di protesta a Cagliari, dove studiano, e a scontri con i neofascisti.
Antonio Atzori fino ad allora aveva partecipato solo a qualche corteo, con lo scopo esclusivo di marinare la scuola e accompagnarsi a delle ragazze. In realtà non aveva ben capito che differenza vi fosse tra Lotta Continua e la Giovane Italia (Fronte della gioventù), confondendo quest'ultima con l'organizzazione mazziniana. Aveva comunque proprie idee, in embrione, d'altra parte aveva solo sedici anni. La sua società ideale non era molto chiara, comunque doveva trattarsi di un mondo in pace ed uguaglianza, secondo principi Cristiani (non democristiani), per il resto gocce di qualunquismo, luoghi comuni, slogan.
Trasalì quando sentì bussare alla porta, era solo in casa e piuttosto scocciato, dovette interrompere la sua lettura per andare ad aprire. La luce del sole di Luglio lo abbagliò e dovette attendere un istante per capire chi fosse... ma era già stato sommerso da un caloroso e festoso "Ciao, come stai?".
Era un po' confuso, non vedeva Monica da tre anni; per due anni le vacanze li avevano divisi, con profondo rammarico per lui che nell'estate del sessantotto si era preso una bella cotta.
La famiglia di Monica, emigrata a Milano, d'estate tornava in Sardegna, per qualche settimana trascorreva le vacanze in casa dei nonni Melis.
Le famiglie Atzori e Melis erano unite da un vincolo di amicizia secolare. Nei primi anni del secolo entrambe potevano essere definite possidenti, collaboravano, solidarizzavano... il vincolo si è perpetrato fino ad oggi, nonostante le "ricchezze" siano ormai smembrate e i diversi figli dispersi tra il continente e l'estero.
Antonio e Monica si conoscevano fin da bambini, insieme avevano frequentato le prime due classi elementari... in seguito non hanno mancato di vedersi nei mesi estivi. Ora Monica era però una ragazza attraente, bella, con un fascino misterioso, per Antonio, che ne rimase turbato. Fin da piccolo aveva avuto con lei un complesso di inferiorità. Lo sovrastava con la sua esuberanza, conduceva il gioco; lui non la contrariava, non rischiava di perdere la sua compagnia. Aveva fatto con lei i giochi sessuali tipici della fanciullezza.
Nell'estate del sessantotto, tredicenne, la trovò improvvisamente donna e la guardava con occhi diversi, timoroso di esser, lui, ancora bambino, di sembrarle sciocco; scherzavano insieme come sempre, ma più che mai, gli pareva che lei lo ignorasse o temeva che così fosse.
Quell'anno in occasione della festa patronale, l'arrivo in casa Melis di altri due zii e relative famiglie, provocò un fatto che Antonio non aveva ancora dimenticato. Accadde che dovendo i nuovi arrivati pernottare a Villa B. per una notte, si presentò il problema dell'accomodation. Nell'ambito delle diverse sistemazioni, Monica venne spedita in casa Atzori; lei, che i grandi vedevano ancora bambina, avrebbe dormito con l'altro bambino, Antonio. Lui fingeva indifferenza, paventava un rifiuto di lei; borbottò anche qualcosa tra i denti, più per se stesso che perché lo percepissero gli altri, ritenendo fosse sufficiente a far pensare a un suo dissenso... poi saggiamente tacque.
Al ritorno dalla festa di piazza in onore di S. Quirico, dopo la mezzanotte, Antonio esitò ad andare a letto, temporeggiava, non sapendo bene cosa fare; intanto Monica era già accomodata a pie' di letto. Sembrava addormentata quando lui arrivò e si infilò nel letto, vigilante. Li copriva solo un lenzuolo. Fingendo di guardare altrove, la fissò... poi spense l'abat-jour. Non sapeva bene che fare. Restò immobile per un pezzo, rigido, senza tentare minimamente di prendere sonno. Monica fece due disinvolti movimenti di assestamento e le sue ginocchia vennero a contatto col corpo di Antonio. Questo semplice contatto lo eccitò, eppure non osò muoversi. La sua posizione fisica, pensava, era piuttosto scomoda; non sapeva se lei dormisse o per caso stesse pensando le stesse cose. Tossendo leggermente, decise di muoversi, sfiorò con i piedi le cosce e il seno della ragazza. Poteva anche bastargli per quella notte, ma esultò tra se quando si sentì carezzare quei piedi. Dopo alcuni interminabili minuti, con cautela e facendosi coraggio, Antonio si portò anche lui ai piedi del letto, di fronte a Monica, della quale scorgeva appena la "silhouette", grazie alla luce pubblica che filtrava dalla persiana. Carezzò le cosce di lei, poi quasi in segno di protezione, gliele coprì con le sue. Monica era attenta a quei movimenti, a quelle carezze che si facevano più audaci. L'abbraccio fu presto totale e reciproco. Lui ripeteva continuamente il suo nome, lei taceva... Si era fatto giorno. Non ebbero l'occasione né il coraggio di parlarne. Antonio, più sicuro di se, cercava insistentemente il suo sguardo per trovarvi espressioni di complicità e nuovo incoraggiamento, ma lei partì due giorni dopo. 
Rivisse tutto ciò in un interminabile istante, parlando automaticamente con lei, che ora gli era di fronte e che vedeva donna, per lui irraggiungibile. Tra se già si tormentava ritenendola "perduta" e provava un senso di smarrimento pensando al privilegio dei suoi amici milanesi.
Monica era disinvolta come sempre, quella notte di San Quirico sembrava non la ricordasse affatto; Antonio pareva la vedesse allora per la prima volta. Dopo vari convenevoli la invitò in camera sua a sentire musica e la intrattenne con la sua arma migliore, di sicuro effetto: la comicità paradossale. Il suo disegno era già chiaro e lo portava avanti quasi professionalmente. Monica appariva disponibile. Antonio lo notò dai colpi di anca che lei gli dava involontariamente per stargli vicino.
"Per quanto sto qua dovrai fare sciopero con gli amici" disse lei; Antonio deglutì, mal celando soddisfazione e sorpresa. Già ci aveva pensato e temeva che lei volesse conoscere ragazzi più grandi. "Mi dovrai accompagnare" continuò, "farmi visitare il paese...", con ironia e uno sguardo di intesa che voleva dire "so il fatto mio".
Aderendo a questi propositi, la portò subito in località "Su ponti"; i loro discorsi si facevano talvolta retorici e puramente oziosi, più concreto era il lavorio di sguardi, sorrisi e gesti. Antonio fece cenno al fatto che Villa B. non concedeva svaghi e a come, anche a Cagliari, la vita fosse monotona e noiosa.
Lei raccontò, quasi involontariamente e senza dargli peso, di un amico che aveva a Milano ed "usava" solo per andare a ballare, visto che era gradito alla famiglia, ma che lei "odiava". Parlò anche di tentativi di coinvolgerla in droga-party, che aveva sempre evitato. Stava volentieri sola con Antonio, che pensava all'immagine sbagliata che si era fatto di lei tre anni prima. Entrambi gareggiavano a sembrar l'uno più maturo e vissuto dell'altra. evasione
Dal ponte si dominava tutto il paese, da Nord a Sud, circondato da colli brulli o per lo più con qualche mandorlo, ulivo, eucalipto; ogni tanto macchia mediterranea e sughereti.
Si addentrarono in un campo cui si accedeva attraverso un sentiero ripido e scivoloso, Antonio tese la mano a Monica, la guardò profondamente negli occhi e simulando normalità la tirò a se per abbracciarla, lei sorrise. Qualcosa tra loro si opponeva a che i pensieri reciproci venissero svelati.
Quella sera cenarono insieme in casa Melis; Monica attese che lui si accomodasse a tavola, poi, manco a dirlo, si sedette al suo fianco.
(1- continua)


postato da: peterpani alle ore 22:05 | link | commenti (15)
categorie: estate, villa, frenesia, sessantotto
domenica, 09 ottobre 2005

NOTTE VACUA

rovigoAzionato per tempo il dispositivo di segnalazione destro, il furgone Mercedes-Benz si accostò al ciglio della strada, poi dopo una breve fermata riprese la sua corsa verso Cagliari.
Erano le 20,15 di una giornata scura e piovosa di fine Agosto. Bardilio Cabiddu si sistemò lo zaino sulle spalle, fatti alcuni passi abbandonò la superstrada e si diresse verso Oristano.
Il suo stato d'animo era contrastante, da un lato sentiva ormai odor di casa, con tutto il sollievo che ciò comporta dopo un’assenza relativamente lunga; dall'altro era piuttosto seccato per come era andato il ritorno in autostop da Golfo Aranci: contrattempi, passaggi brevi, cattivo tempo, non gli avevano consentito il rientro in giornata a Gonnosnò, ove risiedeva con la famiglia.
Era il secondo anno consecutivo che trascorreva l'estate in giro per l'Europa. Nel resto dell'anno studiava Lettere all'Università di Cagliari. Due notti addietro aveva dormito a Zürich, ai bordi di un ippodromo, nella sua tenda canadese. Aveva nella mente mille immagini di quel viaggio che gli tenevano compagnia, mentre a passi lesti, sotto una pioggerella neanche tanto importuna, rinunciato all'autostop per sopraggiunta oscurità, tentava di coprire in tempi brevi quel chilometro che lo separava dalla città.
I suoi pensieri in prossimità della meta si soffermarono sul che fare. A quell'ora non avrebbe più trovato mezzi pubblici per il suo paese, decise dunque di chiedere ospitalità per la notte ad un'amica, Patrizia Pecarin, una rovigiana presso la quale ebbe ospitalità tempo addietro.
Non la vedeva da allora, erano passati dieci mesi, e in quella occasione gli venne presentata da Francesca Boi, una comune amica di Oristano; peraltro quella volta era in compagnia di Bellanna, compagna occasionale del momento. Adesso era solo, sporco, bagnato e alle nove della sera; imbarazzato, pensava a come esordire, come far apparire credibile e necessaria l'ospitalità che avrebbe chiesto.
Bardilio sapeva che era separata dal marito e abitava con le due figlie, questa almeno era la situazione l'ultima volta che la vide, quando, peraltro, ebbero modo di conversare di primo mattino e a lungo, in un modo che lo impressionò molto, tanto che ne rimase ammaliato.
Patrizia si era trasferita in Sardegna da alcuni anni per motivi di lavoro. Esercitava l'attività di infermiera professionale all'Ospedale "San Martino'' di Oristano. Simpatizzante della nuova sinistra libertaria e di tutte le istanze per i diritti civili, si era appassionata all'esposizione delle tesi indipendentiste di Bardilio.
Questi, giunto in Via Tirso, imboccò una galleria, quindi esitò davanti al portone del palazzo ove lei abitava. Con un pò di tremore suonò al suo citofono. “…Si…?”, rispose una voce femminile. "Patrizia ?!" "Chi sei?" "Sono un amico!... Bardilio. l'indipendentista! Ricordi l'anno scorso, con Bellanna …” “Un attimo, ti passo Patrizia”. “... Spiegami bene chi sei…..” Lui lo ripetè. "Il separatista!? L'amico di Francesca?", domandò Patrizia. "Si, sono io". "Sali...", ribattè con voce prudente.
Trepidante salì a piedi fino al quarto piano, con qualche inquietudine. Bussò alla porta. Aprirono e gli si fecero incontro in quattro. "Ciao!" fece lui con un grande sorriso rivolto a Patrizia. "Fatti vedere! Sei proprio tu, ciao!!!" lo accolse lei, prima con uno sguardo attento e poi festante. Lo abbracciò e lo presentò a Raimonda, Vincenzo e Maria, che gli si erano fatti incontro.
Lui non aveva previsto quelle presenze, sapeva tuttavia che Patrizia ospitava comunemente della gente e ciò era noto nel "circuito alternativo" di Oristano. Dopo aver sistemato i bagagli, raccontò per sommi capi l'ultima parte del suo viaggio e le circostanze che lo avevano portato là. Lei lo invitò a fare una doccia e a mangiare qualcosa, poi lo fece accomodare in una stanzetta con due letti, dove conversarono a lungo. "Stanotte dormirai qui", disse Patrizia indicando il letto ove sedeva. L'altro era il suo. Raimonda non sembrava d'accordo, propose una diversa sistemazione, ma Patrizia insistè decisamente, con grande stupore e sollievo di Bardilio, che se ne stava sulle sue, disturbato dalle continue interferenze di Raimonda.
Arrivò altra gente e la serata divenne piuttosto chiassosa. “E’ ogni sera così”, disse Patrizia, "Un gran casino! Tutti vengono qui. Non mi pare più di essere a casa mia. Tra poco arriverà anche Francesco, abita al quinto piano, quando litiga con la moglie viene qui a consolarsi; e ciò accade sempre più spesso”.
Gli altri intanto iniziarono a sfottere Patrizia, in particolare Michele, veneto come lei, che ogni tanto lanciava delle frecciatine in dialetto, ma si capiva quasi tutto. Disse anche: "Oggi che è arrivato il suo 'moroso', fa la seria" e altre simili allusioni. Lei si difendeva debolmente per non far pesare la situazione a Bardilio.
Quando, come preannunciato, arrivò Francesco, il gruppo sì spostò in un'altra stanza. Patrizia e Bardilio rimasero soli. "Hai capito ciò che ha detto Michele?", chiese lei. “Solo qualcosa ...” , rispose, non osando approfondire oltre. "Appena una settimana fa è finita la mia storia con un ragazzo che durava da molti mesi. E' andato via ed ora anche questo letto è libero". Lui deglutì. Non sapeva se dovesse tenderle la mano, temeva che un gesto troppo precipitoso potesse vanificare quanto, riteneva, stava maturando. "Anche tu", continuò Patrizia "l'anno scorso stavi con Bellanna. Chissà che scopata la notte che avete trascorso qui!" Lo negò, precisando che Bellanna era solo una compagna occasionale.
Lei continuò a provocarlo, tentando presumibilmente di sedurlo, con modi talmente sottili, che Bardilio temeva fossero frutto delle sue illusioni. Gli appariva piuttosto diversa rispetto al primo incontro, priva di quell'aspetto del femminismo sospettoso dei maschi, o forse aveva fiducia in lui.
Dall'altra stanza intanto l'avevano chiamata più volte; alle ventitrè circa invitò anch'egli ad unirsi agli altri. Confuso per quella svolta imprevista, decise di no, adducendo a motivo la stanchezza, ma in realtà deluso e convinto che fosse il modo migliore perché tornasse presto, anche perchè, sapeva, la mattina dopo aveva il turno alle sei. "Starei volentieri qui con te", lo consolò Patrizia, "Ma non posso lasciar soli gli altri". "Certo!", rispose lui poco convincente. "Domani sarò qui alle due, aspettami. Avremo più tempo per noi". "Non so. Dovrei rientrare a Gonnosnò". "Lascia l'indirizzo a Raimonda. Ti scriverò." Così lo salutò.letto
Bardilio non aveva alcuna intenzione di dormire, spense la luce, si stese sul letto, ma teneva ostinatamente gli occhi aperti.
Nel salotto intanto il baccano continuò per un tempo che gli sembrò interminabile. Passarono probabilmente due ore prima che Patrizia rientrasse; con lei c’era Raimonda, che osservandolo fece degli apprezzamenti.
Una volta al buio, lui tentò di far capire a Patrizia che era sveglio, muovendosi indelicatamente nel letto. Lei era immobile. Continuò per un pezzo ad osservare la sua sagoma nella penombra, poi il sonno lo vinse.
Venne svegliato, suppose, da Maria e Vincenzo, o meglio, dai loro gemiti senza pudore che provenivano da una stanza accanto e che rendevano quasi "visibile" il coito senza confini che stavano consumando. Anche Patrizia si svegliò e si lamentò ad alta voce di quei rumori, urla; fu allora che Bardilio fu tentato di raggiungerla nel suo letto. Il dubbio continuava ad immobilizzarlo.
Attese inutilmente per tutta la notte un segno da lei, finché la sveglia suonò. Prima di uscire lo carezzò in viso.


postato da: peterpani alle ore 21:48 | link | commenti (35)
categorie: poesia, amore, rosso, notte, silone, rovigo, vacua, oristano