

(spero che ventisette mesi siano stati sufficienti per leggere il precedente racconto)
Int
roitus
A Villa Barumela si contavano trentacinque gradi all'ombra, le strade erano deserte; nel primo pomeriggio la gente preferiva chiudersi in casa e gustare il sollievo del fresco ristoratore, garantito da spessi muri di pietra; solo qui e là alcuni rumori provenienti da cantieri edili e, al centro del paese, gli schiamazzi di una banda di indomiti ragazzini.
Antonio se ne stava steso sul letto e divorava il romanzo "La mia carne freme" di De Regny. Da poco più di un mese aveva superato la quinta ginnasio presso il liceo "Dettori" di Cagliari ed ora aveva trovato in letture particolarmente leggere e appaganti, l'alternativa all'afa che si respirava all'esterno.
Villa Barumela, piccolo centro dell'oristanese, nella leggendaria "Mamila", tremila anime, non offriva granché; si popolava d'estate di molti emigrati in vacanza e di qualche turista attratto dalla sua storia millenaria, che un tempo vide come signora, Donna Violante Carroz, della quale ancora può essere ammirato il castello medioevale.
In realtà gli abitanti di Villa B. sono piuttosto dimentichi della propria storia; i giovani intellettuali la sera si cimentano in accese discussioni su temi che in questi mesi hanno animato la terraferma (terramanna in lingua sarda, o come si dice oggi, continente): golpismo, neofascismo, "razza padrona", esitando il loro orgoglio per aver partecipato a manifestazioni di protesta a Cagliari, dove studiano, e a scontri con i neofascisti.
Antonio Atzori fino ad allora aveva partecipato solo a qualche corteo, con lo scopo esclusivo di marinare la scuola e accompagnarsi a delle ragazze. In realtà non aveva ben capito che differenza vi fosse tra Lotta Continua e la Giovane Italia (Fronte della gioventù), confondendo quest'ultima con l'organizzazione mazziniana. Aveva comunque proprie idee, in embrione, d'altra parte aveva solo sedici anni. La sua società ideale non era molto chiara, comunque doveva trattarsi di un mondo in pace ed uguaglianza, secondo principi Cristiani (non democristiani), per il resto gocce di qualunquismo, luoghi comuni, slogan.
Trasalì quando sentì bussare alla porta, era solo in casa e piuttosto scocciato, dovette interrompere la sua lettura per andare ad aprire. La luce del sole di Luglio lo abbagliò e dovette attendere un istante per capire chi fosse... ma era già stato sommerso da un caloroso e festoso "Ciao, come stai?".
Era un po' confuso, non vedeva Monica da tre anni; per due anni le vacanze li avevano divisi, con profondo rammarico per lui che nell'estate del sessantotto si era preso una bella cotta.
La famiglia di Monica, emigrata a Milano, d'estate tornava in Sardegna, per qualche settimana trascorreva le vacanze in casa dei nonni Melis.
Le famiglie Atzori e Melis erano unite da un vincolo di amicizia secolare. Nei primi anni del secolo entrambe potevano essere definite possidenti, collaboravano, solidarizzavano... il vincolo si è perpetrato fino ad oggi, nonostante le "ricchezze" siano ormai smembrate e i diversi figli dispersi tra il continente e l'estero.
Antonio e Monica si conoscevano fin da bambini, insieme avevano frequentato le prime due classi elementari... in seguito non hanno mancato di vedersi nei mesi estivi. Ora Monica era però una ragazza attraente, bella, con un fascino misterioso, per Antonio, che ne rimase turbato. Fin da piccolo aveva avuto con lei un complesso di inferiorità. Lo sovrastava con la sua esuberanza, conduceva il gioco; lui non la contrariava, non rischiava di perdere la sua compagnia. Aveva fatto con lei i giochi sessuali tipici della fanciullezza.
Nell'estate del sessantotto, tredicenne, la trovò improvvisamente donna e la guardava con occhi diversi, timoroso di esser, lui, ancora bambino, di sembrarle sciocco; scherzavano insieme come sempre, ma più che mai, gli pareva che lei lo ignorasse o temeva che così fosse.
Quell'anno in occasione della festa patronale, l'arrivo in casa Melis di altri due zii e relative famiglie, provocò un fatto che Antonio non aveva ancora dimenticato. Accadde che dovendo i nuovi arrivati pernottare a Villa B. per una notte, si presentò il problema dell'accomodation. Nell'ambito delle diverse sistemazioni, Monica venne spedita in casa Atzori; lei, che i grandi vedevano ancora bambina, avrebbe dormito con l'altro bambino, Antonio. Lui fingeva indifferenza, paventava un rifiuto di lei; borbottò anche qualcosa tra i denti, più per se stesso che perché lo percepissero gli altri, ritenendo fosse sufficiente a far pensare a un suo dissenso... poi saggiamente tacque.
Al ritorno dalla festa di piazza in onore di S. Quirico, dopo la mezzanotte, Antonio esitò ad andare a letto, temporeggiava, non sapendo bene cosa fare; intanto Monica era già accomodata a pie' di letto. Sembrava addormentata quando lui arrivò e si infilò nel letto, vigilante. Li copriva solo un lenzuolo. Fingendo di guardare altrove, la fissò... poi spense l'abat-jour. Non sapeva bene che fare. Restò immobile per un pezzo, rigido, senza tentare minimamente di prendere sonno. Monica fece due disinvolti movimenti di assestamento e le sue ginocchia vennero a contatto col corpo di Antonio. Questo semplice contatto lo eccitò, eppure non osò muoversi. La sua posizione fisica, pensava, era piuttosto scomoda; non sapeva se lei dormisse o per caso stesse pensando le stesse cose. Tossendo leggermente, decise di muoversi, sfiorò con i piedi le cosce e il seno della ragazza. Poteva anche bastargli per quella notte, ma esultò tra se quando si sentì carezzare quei piedi. Dopo alcuni interminabili minuti, con cautela e facendosi coraggio, Antonio si portò anche lui ai piedi del letto, di fronte a Monica, della quale scorgeva appena la "silhouette", grazie alla luce pubblica che filtrava dalla persiana. Carezzò le cosce di lei, poi quasi in segno di protezione, gliele coprì con le sue. Monica era attenta a quei movimenti, a quelle carezze che si facevano più audaci. L'abbraccio fu presto totale e reciproco. Lui ripeteva continuamente il suo nome, lei taceva... Si era fatto giorno. Non ebbero l'occasione né il coraggio di parlarne. Antonio, più sicuro di se, cercava insistentemente il suo sguardo per trovarvi espressioni di complicità e nuovo incoraggiamento, ma lei partì due giorni dopo.
Rivisse tutto ciò in un interminabile istante, parlando automaticamente con lei, che ora gli era di fronte e che vedeva donna, per lui irraggiungibile. Tra se già si tormentava ritenendola "perduta" e provava un senso di smarrimento pensando al privilegio dei suoi amici milanesi.
Monica era disinvolta come sempre, quella notte di San Quirico sembrava non la ricordasse affatto; Antonio pareva la vedesse allora per la prima volta. Dopo vari convenevoli la invitò in camera sua a sentire musica e la intrattenne con la sua arma migliore, di sicuro effetto: la comicità paradossale. Il suo disegno era già chiaro e lo portava avanti quasi professionalmente. Monica appariva disponibile. Antonio lo notò dai colpi di anca che lei gli dava involontariamente per stargli vicino.
"Per quanto sto qua dovrai fare sciopero con gli amici" disse lei; Antonio deglutì, mal celando soddisfazione e sorpresa. Già ci aveva pensato e temeva che lei volesse conoscere ragazzi più grandi. "Mi dovrai accompagnare" continuò, "farmi visitare il paese...", con ironia e uno sguardo di intesa che voleva dire "so il fatto mio".
Aderendo a questi propositi, la portò subito in località "Su ponti"; i loro discorsi si facevano talvolta retorici e puramente oziosi, più concreto era il lavorio di sguardi, sorrisi e gesti. Antonio fece cenno al fatto che Villa B. non concedeva svaghi e a come, anche a Cagliari, la vita fosse monotona e noiosa.
Lei raccontò, quasi involontariamente e senza dargli peso, di un amico che aveva a Milano ed "usava" solo per andare a ballare, visto che era gradito alla famiglia, ma che lei "odiava". Parlò anche di tentativi di coinvolgerla in droga-party, che aveva sempre evitato. Stava volentieri sola con Antonio, che pensava all'immagine sbagliata che si era fatto di lei tre anni prima. Entrambi gareggiavano a sembrar l'uno più maturo e vissuto dell'altra. 
Dal ponte si dominava tutto il paese, da Nord a Sud, circondato da colli brulli o per lo più con qualche mandorlo, ulivo, eucalipto; ogni tanto macchia mediterranea e sughereti.
Si addentrarono in un campo cui si accedeva attraverso un sentiero ripido e scivoloso, Antonio tese la mano a Monica, la guardò profondamente negli occhi e simulando normalità la tirò a se per abbracciarla, lei sorrise. Qualcosa tra loro si opponeva a che i pensieri reciproci venissero svelati.
Quella sera cenarono insieme in casa Melis; Monica attese che lui si accomodasse a tavola, poi, manco a dirlo, si sedette al suo fianco.
(1- continua)
Azionato per tempo il dispositivo di segnalazione destro, il furgone Mercedes-Benz si accostò al ciglio della strada, poi dopo una breve fermata riprese la sua corsa verso Cagliari.
Erano le 20,15 di una giornata scura e piovosa di fine Agosto. Bardilio Cabiddu si sistemò lo zaino sulle spalle, fatti alcuni passi abbandonò la superstrada e si diresse verso Oristano.
Il suo stato d'animo era contrastante, da un lato sentiva ormai odor di casa, con tutto il sollievo che ciò comporta dopo un’assenza relativamente lunga; dall'altro era piuttosto seccato per come era andato il ritorno in autostop da Golfo Aranci: contrattempi, passaggi brevi, cattivo tempo, non gli avevano consentito il rientro in giornata a Gonnosnò, ove risiedeva con la famiglia.
Era il secondo anno consecutivo che trascorreva l'estate in giro per l'Europa. Nel resto dell'anno studiava Lettere all'Università di Cagliari. Due notti addietro aveva dormito a Zürich, ai bordi di un ippodromo, nella sua tenda canadese. Aveva nella mente mille immagini di quel viaggio che gli tenevano compagnia, mentre a passi lesti, sotto una pioggerella neanche tanto importuna, rinunciato all'autostop per sopraggiunta oscurità, tentava di coprire in tempi brevi quel chilometro che lo separava dalla città.
I suoi pensieri in prossimità della meta si soffermarono sul che fare. A quell'ora non avrebbe più trovato mezzi pubblici per il suo paese, decise dunque di chiedere ospitalità per la notte ad un'amica, Patrizia Pecarin, una rovigiana presso la quale ebbe ospitalità tempo addietro.
Non la vedeva da allora, erano passati dieci mesi, e in quella occasione gli venne presentata da Francesca Boi, una comune amica di Oristano; peraltro quella volta era in compagnia di Bellanna, compagna occasionale del momento. Adesso era solo, sporco, bagnato e alle nove della sera; imbarazzato, pensava a come esordire, come far apparire credibile e necessaria l'ospitalità che avrebbe chiesto.
Bardilio sapeva che era separata dal marito e abitava con le due figlie, questa almeno era la situazione l'ultima volta che la vide, quando, peraltro, ebbero modo di conversare di primo mattino e a lungo, in un modo che lo impressionò molto, tanto che ne rimase ammaliato.
Patrizia si era trasferita in Sardegna da alcuni anni per motivi di lavoro. Esercitava l'attività di infermiera professionale all'Ospedale "San Martino'' di Oristano. Simpatizzante della nuova sinistra libertaria e di tutte le istanze per i diritti civili, si era appassionata all'esposizione delle tesi indipendentiste di Bardilio.
Questi, giunto in Via Tirso, imboccò una galleria, quindi esitò davanti al portone del palazzo ove lei abitava. Con un pò di tremore suonò al suo citofono. “…Si…?”, rispose una voce femminile. "Patrizia ?!" "Chi sei?" "Sono un amico!... Bardilio. l'indipendentista! Ricordi l'anno scorso, con Bellanna …” “Un attimo, ti passo Patrizia”. “... Spiegami bene chi sei…..” Lui lo ripetè. "Il separatista!? L'amico di Francesca?", domandò Patrizia. "Si, sono io". "Sali...", ribattè con voce prudente.
Trepidante salì a piedi fino al quarto piano, con qualche inquietudine. Bussò alla porta. Aprirono e gli si fecero incontro in quattro. "Ciao!" fece lui con un grande sorriso rivolto a Patrizia. "Fatti vedere! Sei proprio tu, ciao!!!" lo accolse lei, prima con uno sguardo attento e poi festante. Lo abbracciò e lo presentò a Raimonda, Vincenzo e Maria, che gli si erano fatti incontro.
Lui non aveva previsto quelle presenze, sapeva tuttavia che Patrizia ospitava comunemente della gente e ciò era noto nel "circuito alternativo" di Oristano. Dopo aver sistemato i bagagli, raccontò per sommi capi l'ultima parte del suo viaggio e le circostanze che lo avevano portato là. Lei lo invitò a fare una doccia e a mangiare qualcosa, poi lo fece accomodare in una stanzetta con due letti, dove conversarono a lungo. "Stanotte dormirai qui", disse Patrizia indicando il letto ove sedeva. L'altro era il suo. Raimonda non sembrava d'accordo, propose una diversa sistemazione, ma Patrizia insistè decisamente, con grande stupore e sollievo di Bardilio, che se ne stava sulle sue, disturbato dalle continue interferenze di Raimonda.
Arrivò altra gente e la serata divenne piuttosto chiassosa. “E’ ogni sera così”, disse Patrizia, "Un gran casino! Tutti vengono qui. Non mi pare più di essere a casa mia. Tra poco arriverà anche Francesco, abita al quinto piano, quando litiga con la moglie viene qui a consolarsi; e ciò accade sempre più spesso”.
Gli altri intanto iniziarono a sfottere Patrizia, in particolare Michele, veneto come lei, che ogni tanto lanciava delle frecciatine in dialetto, ma si capiva quasi tutto. Disse anche: "Oggi che è arrivato il suo 'moroso', fa la seria" e altre simili allusioni. Lei si difendeva debolmente per non far pesare la situazione a Bardilio.
Quando, come preannunciato, arrivò Francesco, il gruppo sì spostò in un'altra stanza. Patrizia e Bardilio rimasero soli. "Hai capito ciò che ha detto Michele?", chiese lei. “Solo qualcosa ...” , rispose, non osando approfondire oltre. "Appena una settimana fa è finita la mia storia con un ragazzo che durava da molti mesi. E' andato via ed ora anche questo letto è libero". Lui deglutì. Non sapeva se dovesse tenderle la mano, temeva che un gesto troppo precipitoso potesse vanificare quanto, riteneva, stava maturando. "Anche tu", continuò Patrizia "l'anno scorso stavi con Bellanna. Chissà che scopata la notte che avete trascorso qui!" Lo negò, precisando che Bellanna era solo una compagna occasionale.
Lei continuò a provocarlo, tentando presumibilmente di sedurlo, con modi talmente sottili, che Bardilio temeva fossero frutto delle sue illusioni. Gli appariva piuttosto diversa rispetto al primo incontro, priva di quell'aspetto del femminismo sospettoso dei maschi, o forse aveva fiducia in lui.
Dall'altra stanza intanto l'avevano chiamata più volte; alle ventitrè circa invitò anch'egli ad unirsi agli altri. Confuso per quella svolta imprevista, decise di no, adducendo a motivo la stanchezza, ma in realtà deluso e convinto che fosse il modo migliore perché tornasse presto, anche perchè, sapeva, la mattina dopo aveva il turno alle sei. "Starei volentieri qui con te", lo consolò Patrizia, "Ma non posso lasciar soli gli altri". "Certo!", rispose lui poco convincente. "Domani sarò qui alle due, aspettami. Avremo più tempo per noi". "Non so. Dovrei rientrare a Gonnosnò". "Lascia l'indirizzo a Raimonda. Ti scriverò." Così lo salutò.
Bardilio non aveva alcuna intenzione di dormire, spense la luce, si stese sul letto, ma teneva ostinatamente gli occhi aperti.
Nel salotto intanto il baccano continuò per un tempo che gli sembrò interminabile. Passarono probabilmente due ore prima che Patrizia rientrasse; con lei c’era Raimonda, che osservandolo fece degli apprezzamenti.
Una volta al buio, lui tentò di far capire a Patrizia che era sveglio, muovendosi indelicatamente nel letto. Lei era immobile. Continuò per un pezzo ad osservare la sua sagoma nella penombra, poi il sonno lo vinse.
Venne svegliato, suppose, da Maria e Vincenzo, o meglio, dai loro gemiti senza pudore che provenivano da una stanza accanto e che rendevano quasi "visibile" il coito senza confini che stavano consumando. Anche Patrizia si svegliò e si lamentò ad alta voce di quei rumori, urla; fu allora che Bardilio fu tentato di raggiungerla nel suo letto. Il dubbio continuava ad immobilizzarlo.
Attese inutilmente per tutta la notte un segno da lei, finché la sveglia suonò. Prima di uscire lo carezzò in viso.