Chi sono

Utente: peterpani
laureato in Lettere a Cagliari, con una tesi di Storia moderna sul periodo rivoluzionario sardo (1794-1796). Scrive da sempre e di tutto, poesia, prosa, saggistica, articoli per riviste. Nel 1995 ha fondato l'Accademia po sa die sarda. E' autore del romanzo "Estremisti!", pubblicato a puntate su "Sardigna magazine".

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giovedì, 31 gennaio 2008

FRENESIA DI UN AMORE

(spero che ventisette mesi siano stati sufficienti per leggere il precedente racconto)

Intcastelloroitus

A Villa Barumela si contavano trentacinque gradi all'ombra, le strade erano deserte; nel primo pomeriggio la gente preferiva chiudersi in casa e gustare il sollievo del fresco ristoratore, garantito da spessi muri di pietra; solo qui e là alcuni rumori provenienti da cantieri edili e, al centro del paese, gli schiamazzi di una banda di indomiti ragazzini.
Antonio se ne stava steso sul letto e divorava il romanzo "La mia carne freme" di De Regny. Da poco più di un mese aveva superato la quinta ginnasio presso il liceo "Dettori" di Cagliari ed ora aveva trovato in letture particolarmente leggere e appaganti, l'alternativa all'afa che si respirava all'esterno.
Villa Barumela, piccolo centro dell'oristanese, nella leggendaria "Mamila", tremila anime, non offriva granché; si popolava d'estate di molti emigrati in vacanza e di qualche turista attratto dalla sua storia millenaria, che un tempo vide come signora, Donna Violante Carroz, della quale ancora può essere ammirato il castello medioevale.
In realtà gli abitanti di Villa B. sono piuttosto dimentichi della propria storia; i giovani intellettuali la sera si cimentano in accese discussioni su temi che in questi mesi hanno animato la terraferma (terramanna in lingua sarda, o come si dice oggi, continente): golpismo, neofascismo, "razza padrona", esitando il loro orgoglio per aver partecipato a manifestazioni di protesta a Cagliari, dove studiano, e a scontri con i neofascisti.
Antonio Atzori fino ad allora aveva partecipato solo a qualche corteo, con lo scopo esclusivo di marinare la scuola e accompagnarsi a delle ragazze. In realtà non aveva ben capito che differenza vi fosse tra Lotta Continua e la Giovane Italia (Fronte della gioventù), confondendo quest'ultima con l'organizzazione mazziniana. Aveva comunque proprie idee, in embrione, d'altra parte aveva solo sedici anni. La sua società ideale non era molto chiara, comunque doveva trattarsi di un mondo in pace ed uguaglianza, secondo principi Cristiani (non democristiani), per il resto gocce di qualunquismo, luoghi comuni, slogan.
Trasalì quando sentì bussare alla porta, era solo in casa e piuttosto scocciato, dovette interrompere la sua lettura per andare ad aprire. La luce del sole di Luglio lo abbagliò e dovette attendere un istante per capire chi fosse... ma era già stato sommerso da un caloroso e festoso "Ciao, come stai?".
Era un po' confuso, non vedeva Monica da tre anni; per due anni le vacanze li avevano divisi, con profondo rammarico per lui che nell'estate del sessantotto si era preso una bella cotta.
La famiglia di Monica, emigrata a Milano, d'estate tornava in Sardegna, per qualche settimana trascorreva le vacanze in casa dei nonni Melis.
Le famiglie Atzori e Melis erano unite da un vincolo di amicizia secolare. Nei primi anni del secolo entrambe potevano essere definite possidenti, collaboravano, solidarizzavano... il vincolo si è perpetrato fino ad oggi, nonostante le "ricchezze" siano ormai smembrate e i diversi figli dispersi tra il continente e l'estero.
Antonio e Monica si conoscevano fin da bambini, insieme avevano frequentato le prime due classi elementari... in seguito non hanno mancato di vedersi nei mesi estivi. Ora Monica era però una ragazza attraente, bella, con un fascino misterioso, per Antonio, che ne rimase turbato. Fin da piccolo aveva avuto con lei un complesso di inferiorità. Lo sovrastava con la sua esuberanza, conduceva il gioco; lui non la contrariava, non rischiava di perdere la sua compagnia. Aveva fatto con lei i giochi sessuali tipici della fanciullezza.
Nell'estate del sessantotto, tredicenne, la trovò improvvisamente donna e la guardava con occhi diversi, timoroso di esser, lui, ancora bambino, di sembrarle sciocco; scherzavano insieme come sempre, ma più che mai, gli pareva che lei lo ignorasse o temeva che così fosse.
Quell'anno in occasione della festa patronale, l'arrivo in casa Melis di altri due zii e relative famiglie, provocò un fatto che Antonio non aveva ancora dimenticato. Accadde che dovendo i nuovi arrivati pernottare a Villa B. per una notte, si presentò il problema dell'accomodation. Nell'ambito delle diverse sistemazioni, Monica venne spedita in casa Atzori; lei, che i grandi vedevano ancora bambina, avrebbe dormito con l'altro bambino, Antonio. Lui fingeva indifferenza, paventava un rifiuto di lei; borbottò anche qualcosa tra i denti, più per se stesso che perché lo percepissero gli altri, ritenendo fosse sufficiente a far pensare a un suo dissenso... poi saggiamente tacque.
Al ritorno dalla festa di piazza in onore di S. Quirico, dopo la mezzanotte, Antonio esitò ad andare a letto, temporeggiava, non sapendo bene cosa fare; intanto Monica era già accomodata a pie' di letto. Sembrava addormentata quando lui arrivò e si infilò nel letto, vigilante. Li copriva solo un lenzuolo. Fingendo di guardare altrove, la fissò... poi spense l'abat-jour. Non sapeva bene che fare. Restò immobile per un pezzo, rigido, senza tentare minimamente di prendere sonno. Monica fece due disinvolti movimenti di assestamento e le sue ginocchia vennero a contatto col corpo di Antonio. Questo semplice contatto lo eccitò, eppure non osò muoversi. La sua posizione fisica, pensava, era piuttosto scomoda; non sapeva se lei dormisse o per caso stesse pensando le stesse cose. Tossendo leggermente, decise di muoversi, sfiorò con i piedi le cosce e il seno della ragazza. Poteva anche bastargli per quella notte, ma esultò tra se quando si sentì carezzare quei piedi. Dopo alcuni interminabili minuti, con cautela e facendosi coraggio, Antonio si portò anche lui ai piedi del letto, di fronte a Monica, della quale scorgeva appena la "silhouette", grazie alla luce pubblica che filtrava dalla persiana. Carezzò le cosce di lei, poi quasi in segno di protezione, gliele coprì con le sue. Monica era attenta a quei movimenti, a quelle carezze che si facevano più audaci. L'abbraccio fu presto totale e reciproco. Lui ripeteva continuamente il suo nome, lei taceva... Si era fatto giorno. Non ebbero l'occasione né il coraggio di parlarne. Antonio, più sicuro di se, cercava insistentemente il suo sguardo per trovarvi espressioni di complicità e nuovo incoraggiamento, ma lei partì due giorni dopo. 
Rivisse tutto ciò in un interminabile istante, parlando automaticamente con lei, che ora gli era di fronte e che vedeva donna, per lui irraggiungibile. Tra se già si tormentava ritenendola "perduta" e provava un senso di smarrimento pensando al privilegio dei suoi amici milanesi.
Monica era disinvolta come sempre, quella notte di San Quirico sembrava non la ricordasse affatto; Antonio pareva la vedesse allora per la prima volta. Dopo vari convenevoli la invitò in camera sua a sentire musica e la intrattenne con la sua arma migliore, di sicuro effetto: la comicità paradossale. Il suo disegno era già chiaro e lo portava avanti quasi professionalmente. Monica appariva disponibile. Antonio lo notò dai colpi di anca che lei gli dava involontariamente per stargli vicino.
"Per quanto sto qua dovrai fare sciopero con gli amici" disse lei; Antonio deglutì, mal celando soddisfazione e sorpresa. Già ci aveva pensato e temeva che lei volesse conoscere ragazzi più grandi. "Mi dovrai accompagnare" continuò, "farmi visitare il paese...", con ironia e uno sguardo di intesa che voleva dire "so il fatto mio".
Aderendo a questi propositi, la portò subito in località "Su ponti"; i loro discorsi si facevano talvolta retorici e puramente oziosi, più concreto era il lavorio di sguardi, sorrisi e gesti. Antonio fece cenno al fatto che Villa B. non concedeva svaghi e a come, anche a Cagliari, la vita fosse monotona e noiosa.
Lei raccontò, quasi involontariamente e senza dargli peso, di un amico che aveva a Milano ed "usava" solo per andare a ballare, visto che era gradito alla famiglia, ma che lei "odiava". Parlò anche di tentativi di coinvolgerla in droga-party, che aveva sempre evitato. Stava volentieri sola con Antonio, che pensava all'immagine sbagliata che si era fatto di lei tre anni prima. Entrambi gareggiavano a sembrar l'uno più maturo e vissuto dell'altra. evasione
Dal ponte si dominava tutto il paese, da Nord a Sud, circondato da colli brulli o per lo più con qualche mandorlo, ulivo, eucalipto; ogni tanto macchia mediterranea e sughereti.
Si addentrarono in un campo cui si accedeva attraverso un sentiero ripido e scivoloso, Antonio tese la mano a Monica, la guardò profondamente negli occhi e simulando normalità la tirò a se per abbracciarla, lei sorrise. Qualcosa tra loro si opponeva a che i pensieri reciproci venissero svelati.
Quella sera cenarono insieme in casa Melis; Monica attese che lui si accomodasse a tavola, poi, manco a dirlo, si sedette al suo fianco.
(1- continua)


postato da: peterpani alle ore 22:05 | link | commenti (15)
categorie: estate, villa, frenesia, sessantotto