

Azionato per tempo il dispositivo di segnalazione destro, il furgone Mercedes-Benz si accostò al ciglio della strada, poi dopo una breve fermata riprese la sua corsa verso Cagliari.
Erano le 20,15 di una giornata scura e piovosa di fine Agosto. Bardilio Cabiddu si sistemò lo zaino sulle spalle, fatti alcuni passi abbandonò la superstrada e si diresse verso Oristano.
Il suo stato d'animo era contrastante, da un lato sentiva ormai odor di casa, con tutto il sollievo che ciò comporta dopo un’assenza relativamente lunga; dall'altro era piuttosto seccato per come era andato il ritorno in autostop da Golfo Aranci: contrattempi, passaggi brevi, cattivo tempo, non gli avevano consentito il rientro in giornata a Gonnosnò, ove risiedeva con la famiglia.
Era il secondo anno consecutivo che trascorreva l'estate in giro per l'Europa. Nel resto dell'anno studiava Lettere all'Università di Cagliari. Due notti addietro aveva dormito a Zürich, ai bordi di un ippodromo, nella sua tenda canadese. Aveva nella mente mille immagini di quel viaggio che gli tenevano compagnia, mentre a passi lesti, sotto una pioggerella neanche tanto importuna, rinunciato all'autostop per sopraggiunta oscurità, tentava di coprire in tempi brevi quel chilometro che lo separava dalla città.
I suoi pensieri in prossimità della meta si soffermarono sul che fare. A quell'ora non avrebbe più trovato mezzi pubblici per il suo paese, decise dunque di chiedere ospitalità per la notte ad un'amica, Patrizia Pecarin, una rovigiana presso la quale ebbe ospitalità tempo addietro.
Non la vedeva da allora, erano passati dieci mesi, e in quella occasione gli venne presentata da Francesca Boi, una comune amica di Oristano; peraltro quella volta era in compagnia di Bellanna, compagna occasionale del momento. Adesso era solo, sporco, bagnato e alle nove della sera; imbarazzato, pensava a come esordire, come far apparire credibile e necessaria l'ospitalità che avrebbe chiesto.
Bardilio sapeva che era separata dal marito e abitava con le due figlie, questa almeno era la situazione l'ultima volta che la vide, quando, peraltro, ebbero modo di conversare di primo mattino e a lungo, in un modo che lo impressionò molto, tanto che ne rimase ammaliato.
Patrizia si era trasferita in Sardegna da alcuni anni per motivi di lavoro. Esercitava l'attività di infermiera professionale all'Ospedale "San Martino'' di Oristano. Simpatizzante della nuova sinistra libertaria e di tutte le istanze per i diritti civili, si era appassionata all'esposizione delle tesi indipendentiste di Bardilio.
Questi, giunto in Via Tirso, imboccò una galleria, quindi esitò davanti al portone del palazzo ove lei abitava. Con un pò di tremore suonò al suo citofono. “…Si…?”, rispose una voce femminile. "Patrizia ?!" "Chi sei?" "Sono un amico!... Bardilio. l'indipendentista! Ricordi l'anno scorso, con Bellanna …” “Un attimo, ti passo Patrizia”. “... Spiegami bene chi sei…..” Lui lo ripetè. "Il separatista!? L'amico di Francesca?", domandò Patrizia. "Si, sono io". "Sali...", ribattè con voce prudente.
Trepidante salì a piedi fino al quarto piano, con qualche inquietudine. Bussò alla porta. Aprirono e gli si fecero incontro in quattro. "Ciao!" fece lui con un grande sorriso rivolto a Patrizia. "Fatti vedere! Sei proprio tu, ciao!!!" lo accolse lei, prima con uno sguardo attento e poi festante. Lo abbracciò e lo presentò a Raimonda, Vincenzo e Maria, che gli si erano fatti incontro.
Lui non aveva previsto quelle presenze, sapeva tuttavia che Patrizia ospitava comunemente della gente e ciò era noto nel "circuito alternativo" di Oristano. Dopo aver sistemato i bagagli, raccontò per sommi capi l'ultima parte del suo viaggio e le circostanze che lo avevano portato là. Lei lo invitò a fare una doccia e a mangiare qualcosa, poi lo fece accomodare in una stanzetta con due letti, dove conversarono a lungo. "Stanotte dormirai qui", disse Patrizia indicando il letto ove sedeva. L'altro era il suo. Raimonda non sembrava d'accordo, propose una diversa sistemazione, ma Patrizia insistè decisamente, con grande stupore e sollievo di Bardilio, che se ne stava sulle sue, disturbato dalle continue interferenze di Raimonda.
Arrivò altra gente e la serata divenne piuttosto chiassosa. “E’ ogni sera così”, disse Patrizia, "Un gran casino! Tutti vengono qui. Non mi pare più di essere a casa mia. Tra poco arriverà anche Francesco, abita al quinto piano, quando litiga con la moglie viene qui a consolarsi; e ciò accade sempre più spesso”.
Gli altri intanto iniziarono a sfottere Patrizia, in particolare Michele, veneto come lei, che ogni tanto lanciava delle frecciatine in dialetto, ma si capiva quasi tutto. Disse anche: "Oggi che è arrivato il suo 'moroso', fa la seria" e altre simili allusioni. Lei si difendeva debolmente per non far pesare la situazione a Bardilio.
Quando, come preannunciato, arrivò Francesco, il gruppo sì spostò in un'altra stanza. Patrizia e Bardilio rimasero soli. "Hai capito ciò che ha detto Michele?", chiese lei. “Solo qualcosa ...” , rispose, non osando approfondire oltre. "Appena una settimana fa è finita la mia storia con un ragazzo che durava da molti mesi. E' andato via ed ora anche questo letto è libero". Lui deglutì. Non sapeva se dovesse tenderle la mano, temeva che un gesto troppo precipitoso potesse vanificare quanto, riteneva, stava maturando. "Anche tu", continuò Patrizia "l'anno scorso stavi con Bellanna. Chissà che scopata la notte che avete trascorso qui!" Lo negò, precisando che Bellanna era solo una compagna occasionale.
Lei continuò a provocarlo, tentando presumibilmente di sedurlo, con modi talmente sottili, che Bardilio temeva fossero frutto delle sue illusioni. Gli appariva piuttosto diversa rispetto al primo incontro, priva di quell'aspetto del femminismo sospettoso dei maschi, o forse aveva fiducia in lui.
Dall'altra stanza intanto l'avevano chiamata più volte; alle ventitrè circa invitò anch'egli ad unirsi agli altri. Confuso per quella svolta imprevista, decise di no, adducendo a motivo la stanchezza, ma in realtà deluso e convinto che fosse il modo migliore perché tornasse presto, anche perchè, sapeva, la mattina dopo aveva il turno alle sei. "Starei volentieri qui con te", lo consolò Patrizia, "Ma non posso lasciar soli gli altri". "Certo!", rispose lui poco convincente. "Domani sarò qui alle due, aspettami. Avremo più tempo per noi". "Non so. Dovrei rientrare a Gonnosnò". "Lascia l'indirizzo a Raimonda. Ti scriverò." Così lo salutò.
Bardilio non aveva alcuna intenzione di dormire, spense la luce, si stese sul letto, ma teneva ostinatamente gli occhi aperti.
Nel salotto intanto il baccano continuò per un tempo che gli sembrò interminabile. Passarono probabilmente due ore prima che Patrizia rientrasse; con lei c’era Raimonda, che osservandolo fece degli apprezzamenti.
Una volta al buio, lui tentò di far capire a Patrizia che era sveglio, muovendosi indelicatamente nel letto. Lei era immobile. Continuò per un pezzo ad osservare la sua sagoma nella penombra, poi il sonno lo vinse.
Venne svegliato, suppose, da Maria e Vincenzo, o meglio, dai loro gemiti senza pudore che provenivano da una stanza accanto e che rendevano quasi "visibile" il coito senza confini che stavano consumando. Anche Patrizia si svegliò e si lamentò ad alta voce di quei rumori, urla; fu allora che Bardilio fu tentato di raggiungerla nel suo letto. Il dubbio continuava ad immobilizzarlo.
Attese inutilmente per tutta la notte un segno da lei, finché la sveglia suonò. Prima di uscire lo carezzò in viso.